22 agosto 2008

Zanzare: che fare?


ATTENZIONE
agli
INSETTICIDI CHIMICI

La guerra chimica effettuata contro le zanzare è divenuta una vera e propria mania, e molte Amministrazioni pubbliche e private fanno irrorare prodotti chimici su strade, case, giardini, orti, pensando di liberarsi del problema. Ma gli Entomologi continuano a ripetere che :

LE DISINFESTAZIONI AEREE SONO INUTILI
perché
“L’effetto abbattente è sempre parziale e di durata limitata nel tempo”

Per difendersi dalle zanzare in modo efficace occorre occuparsi di
“dove le zanzare vengono” e non di “dove le zanzare vanno”
e agire sulle
LARVE e non sugli ADULTI
Infatti solo eliminando i focolai si avranno risultati

Le zanzare si riproducono nell’acqua, anche in piccole quantità, e quindi
“è nell’acqua che vanno contrastate”
Nell’aria……… facciamoci aiutare dagli uccelli!

Non esistono prodotti ad azione selettiva sulle zanzare, perciò gli insetticidi chimici hanno sempre un considerevole impatto ambientale e sviluppano resistenza in tali insetti, che divengono più forti.
Inoltre, l’inquinamento da insetticidi nebulizzati o sparsi nell’ambiente, non è ancora stato tenuto
nella giusta considerazione e porta conseguenze a breve, medio e lungo termine, sulla salute.
Recenti ricerche in campo chimico, biochimico e medico, hanno dimostrato che questo tipo di sostanze nuoce sia al corretto funzionamento di tutti gli organismi animali e vegetali, sia al sistema di difesa di cui l’organismo umano è dotato.
Dette sostanze sono, tra l’altro, in grado di inibire la preziosa azione di alcuni enzimi contro il pericolo di stress ossidativo, considerato origine e concausa di molte gravi malattie (Alzheimer, Parkinson, Creuzfeld - Jacob, diabete 2, sclerosi a placche, alcune forme di cancro).

Per tutelarsi dalle punture estive è dunque opportuno preferire metodi naturali e atossici.

Alcuni Ricercatori del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) in seguito alle numerose richieste loro pervenute per l’interesse suscitato dal Convegno

“ZANZARE - DISINFESTAZIONI – INFORMAZIONE”

hanno deciso di informare sui modi meno tossici e più equilibrati, per difendersi dalle zanzare, riferendo sia ciò che emerge dalla Ricerca Scientifica, sia raccogliendo Notizie, Dati, Pareri, Testimonianze e valutando le diverse Metodologie con i relativi effetti e conseguenze, nel sito:
http://www.infozanzare.info/

Gli insetticidi: un'arma a doppio taglio

Insetti "nocivi"… A questo punto la risposta più immediata e classica è l'utilizzo di un insetticida. E per le prime annate funziona anche bene, magari causa l'avvelenamento del cibo, delle falde acquifere ecc., ma il parassita è sterminato. Eppure già negli anni successivi la tendenza si inverte, l'insetticida si mostra sempre meno efficace, fino all'esplodere di stupefacenti e catastrofiche invasioni dell'insetto che si dava per debellato. Cosa è successo? Che gli insetticidi disseminati per i campi hanno sterminato molte altre specie animali, tra cui i predatori e i parassiti che regolavano la crescita dell'insetto infestante. Questo invece, dopo essere sceso ad una popolazione quasi insignificante, ha però sviluppato capacità di resistenza, o quantomeno, sono sopravvissuti quegli individui in grado di sopportare certe dosi di insetticida, e questo grazie proprio a un patrimonio genetico molto diversificato. O addirittura la scomparsa dei predatori ha permesso una moltiplicazione smisurata di specie prima tenute sotto "controllo biologico" e quindi praticamente "non dannose" dal punto di vista dell'agricoltura, facendole diventare "dannose". Così, sotto lo stimolo dell'uomo, è cominciata da parte degli insetti la corsa all'adattamento ai veleni, una corsa che assume dei ritmi terribilmente veloci, se si considera la lentezza che normalmente assumono questi fenomeni. Nel 1970 si era già formato un numero di 224 specie resistenti ai diversi veleni. In solo dieci anni, nel 1980 erano già diventate 428. Mentre alcuni insetti hanno un tempo di adattamento alle sostanze tossiche molto breve, non sempre anche il predatore sviluppa lo stesso tipo di resistenza, anzi spesso le specie più complesse, in genere collocate più in alto nella catena alimentare, sono più vulnerabili, hanno tempi più lunghi di riproduzione -e quindi minore elasticità-, e comunque non è detto che l'adattamento coincida nelle forme e nei tempi fra le diverse specie. Inoltre i predatori, divorando grandi quantità di insetti contaminati, accumulano il veleno nel loro corpo, in particolare negli organi filtranti come il fegato, in quantità sempre maggiori mano a mano che si sale lungo la catena alimentare, tanto che, come si vedrà per l'inquinamento dell'acqua, anche dosi bassissime di sostanze tossiche diventano letali nei gradi più elevati della catena alimentare. Un esempio di questo processo di concentrazione è fornito dalla ricerca effettuata nel lago Michigan, dove è stata diffusa la dose minima di 0,012 parti per milione di un cloro-derivato, componente base degli insetticidi usati contro le zanzare. Nel plancton è stata riscontrata una concentrazione già pari a 0,5 parti per milione. Nei piccoli pesci la dose passa poi a 4 parti, e a 10 parti per milione nei pesci posti nello stadio superiore della catena alimentare. Negli uccelli che si nutrono di questi pesci la percentuale di cloro-derivati riscontrata è di 2.000 parti per milione. Un bel salto. Insomma, l'immissione massiccia di molecole chimiche di sintesi, mentre danneggia l'ambiente compromettendo intere specie animali e creando scompensi difficili da prevedere, mentre contamina le varie specie in misura sempre crescente (e, a proposito, l'uomo è al vertice della piramide alimentare) rende sempre più necessario l'uso sempre più massiccio degli stessi insetticidi per difendersi dagli insetti considerati nocivi, spesso diventati tali molto più di quanto non lo fossero prima, avviando un circuito vizioso senza vie d'uscita. Il risultato di tutto questo sviluppo è ciò che ci troviamo oggi di fronte: la quantità e la concentrazione di sostanze tossiche immesse nell'ambiente è necessariamente sempre crescente. Ma non basta. Mano a mano che una sostanza tossica si rivela inefficace, se ne immette sul mercato una nuova. Nella messa a punto di nuovi principi attivi, finora si è proceduto con metodi di ricerca empirica, che è quella più economica, che consiste nel mettere a punto un numero ampio di molecole di sintesi e poi sperimentarne gli effetti. Questo significa che sono state scaricate nell'ambiente migliaia di sostanze diverse di cui si conosce solo una parte di tutte le proprietà chimico fisiche, e poco o niente delle possibilità di reazione in ecosistemi complessi. Quali possano essere i risultati combinati che si hanno quando più sostanze contemporaneamente sono immesse nell'ambiente, questo non lo sa nessuno, neppure le ditte produttrici.

Fonti: http://www.infozanzare.info/ , Insecticide Impact on Urban and Suburban Wildlife, Technical Note #57 from Watershed Protection Techniques. 1(5): 278-281; THE IMPACT OF INSECTICIDES AND HERBICIDES ON THE BIODIVERSITY AND PRODUCTIVITY OF AQUATIC COMMUNITIES, 2005. Ecological Applications, 15(2), 2005, pp. 618–627, 2005 by the Ecological Society of America, RICK A. RELYEA, Department of Biological Sciences, 101 Clapp Hall, University of Pittsburgh, Pittsburgh, Pennsylvania 15260 USA

4 maggio 2008

Insetti indesiderati: allontanarli senza ucciderli



Un insetto, un ragno, uno scorpione ci entra in casa o in giardino e non è un ospite gradito? Può capitare. Niente panico e niente vittime. Insetti, ragni e scorpioni e simili, come tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra, hanno ruoli ben definiti nel mantenere il delicato equilibrio naturale, e per quanto possano farci ribrezzo dobbiamo imparare a rispettarli. Nessuno ci obbliga a conviverci o ad amarli ma il rispetto è un dovere morale per ogni essere umano degno di questo nome e segno di civiltà e cultura. Ecco come fare per allontanare un insetto (o ragno o scorpione, ecc) senza ucciderlo: prendere un bicchiere di vetro e bloccare l'animale poggiando il bicchiere sul muro o sul pavimento. A questo punto, sempre con molta attenzione e delicatezza, con una cartolina illustrata o qualsiasi altro pezzo di cartoncino sottile, si fa scorrere lo stesso fra il muro e il bordo del bicchiere, in modo tale da poter spostare il bicchiere con l'animale all'interno. Poi una volta fuori dall'abitazione si può posare il bicchiere, togliere il pezzetto di cartone, permettendo all'animale di allontanarsi indenne. Se si tratta di artropodi che potrebbero potenzialmente pungere o mordere sarà sufficiente un minimo di attenzione e di buon senso per compiere la stessa manovra senza problemi: è buona norma non toccare con le mani l'animale (per evitare danni a noi stessi e all'animale) e nel caso di imenotteri (api, vespe, calabroni, ecc.) fare movimenti lenti e tranquilli evitando di agitare mani e braccia nel tentativo di allontanarli.
Ricordate che nessun animale ha interesse ad attaccare o pungere l'uomo e se lo fa è solo perchè viene molestato o avverte in voi una minaccia, fate in modo di non mettervi in tale condizione e vedrete quanti problemi risolverete. Ora sapete come fare... ma c'è un'altra cosa che dovete sapere: centopiedi (Chilopoda), scorpioni e ragni sono abili predatori e vi libereranno dagli insetti molesti quali zanzare, mosche, blatte (scarafaggi)... quindi potreste imparare anche a vederli come degli alleati invece che come ripugnanti nemici.

Ricerca a cura di Manuela Cassotta, biologa, Trieste

2 maggio 2008

Intervento della Associazione degli agricoltori biologici elbani

Intervento della Associazione degli agricoltori biologici elbani nel quale si critica certo isterismo nel volersi liberare dal fastidio rappresentato dalle zanzare. C'è anche infatti chi, per uccidere questi insetti, non esita ad usare in zone abitate e coltivate notevoli quantità di pesticidi che hanno gravi... "effetti collaterali". E arrivata la primavera e con i primi caldi, si sa, giungono le zanzare. C'è fobia in tutti gli esseri umani per questo insetto. Di insetti potenzialmente pericolosi ("potenzialmente"! non "effettivamente", ciò significa che dipende molto da circostanze specifiche) per l'uomo ce ne sono, ma siamo noi spesso ad esasperare le situazioni immaginando catastrofi inesistenti. La nostra Associazione di agricoltori biologici, si occupa tra l'altro di tutela della biodiversità, materia con cui lavoriamo giornalmente, perché la biodiversità è tutto ciò che ci circonda, buono e cattivo, bello e brutto, pericoloso e non pericoloso, velenoso e non velenoso. Perché il bello e il brutto sono in ciò che vediamo (insetti, uccelli, mammiferi, fiori, erbe, piante) ma il pericolo è tanto in quello che vediamo, quanto in ciò che non vediamo (virus e batteri) pur essendo tuttavia parte del ciclo vitale. Molti insetti e animali sono pericolosi, ma lo sono anche certe piante e certi fiori che contengono particolari alcaloidi utili in medicina ma pericolosi alla salute in dosi massicce (spartanina, reserpina, atropina). Ciò che genera in noi agricoltori biologici profondo risentimento è il proliferare di fobie e trattamenti effimeri contro la zanzara, con massiccio impiego della lotta chimica. Queste pratiche ci fanno seriamente arrabbiare e ci preoccupano perchè a noi che, in quanto agricoltori biologici, non facciamo uso di sostanza chimiche, a noi che nel nostro piccolo cerchiamo di difendere il buono e il cattivo facendo interventi biologici solo quando la soglia di attacco di malattie crittogame o di insetti supera un certo limite (cioè l'infestazione totale), a noi che cerchiamo di preservare al meglio l'ambiente e la sua biodiversità, a noi... dà fastidio che qualcuno distrugga il nostro lavoro e i nostri mezzi con cui riusciamo a fare agricoltura biologica. Per questo siamo poco disposti a tollerare che qualcuno, colpito dal calore estivo in un tardo pomeriggio o ancor peggio alle prime luci dell'alba, ti svegli, con il suo micidiale lanciapesticida e decida di fare "l'ammazzazanzare" distruggendo in un battibaleno quello che tu hai faticosamente costruito offrendo quel piccolo, ma sostanziale contributo all'ambiente e alla salute delle persone. E' bene infatti sottolineare, ai distratti e agli assatanati del "pesticida" che "l'ammazzazanzare" non ammazza solo le zanzare, ma tutto ciò che c'è intorno, senza distinzione di specie e di età. Evidentemente le responsabilità non sono solo di chi in proprio ha deciso di fare "l'ammazzazanzare", ma di tutti i soggetti della catena sino agli amministratori dei vari enti pubblici che dovrebbero impegnarsi per la primavera/l'estate a fare delle mappe e proibire i trattamenti di lotta chimica almeno vicino alle aziende biologiche nelle aree parco, o per lo meno preavvisare le Associazioni referenti perché si possano organizzare limitando i danni. Invece, come sempre, si fa tutto alla chetichella, preferendo esporsi magari alle sanzioni di legge per i danni che gli agricoltori dovessero denunciare al loro lavoro e alla salute. A questi signori non interessa se, dopo un trattamento col pesticida contro le zanzare, troviamo api morte davanti alle arnie, farfalle agonizzanti, rondini appena nate morte perché i genitori le hanno imbeccate con mosche avvelenate. Credo sia difficile aspettarsi una presa di coscienza perché la logica di certi soggetti, volti a spremere il turista e trasformare il nostro Arcipelago in un mega complesso alberghiero, è che la pianta sporca perché perde le foglie o i petali dei fiori, o è dannosa perché spacca il manto stradale che d'estate si surriscalda e ti fa ribollire anche le ossa, oppure è "potenziale veicolo di incendi" (perfetto tagliamo tutti i boschi per eliminare il problema!). Costoro si lamentano dei barbagianni perché, dicono, portano sfortuna, o dei pipistrelli perché sono brutti e danno fastidio al turista che ha sborsato una bella sommetta per l'appartamento (o meglio la "seconda casa" concesso in affitto). Costoro intraprendono la guerra alle zanzare la cui proliferazione non è eccessiva rispetto allo scorso anno, il problema è che questi insetti si riproducono in abbondanza solo grazie alla scomparsa dei loro predatori naturali (anfibi e uccelli) di cui abbiamo distrutto l'habitat "tombando" col cemento fossati e zone umide. Certo sarà un bel modo di fare turismo quando non ci sarà nessun essere vivente e solo cemento e il brulicare di turisti in ciabatte e costume... (ma ci saranno davvero questi turisti in una tale situazione?).

Agnese NanniniPresidente ABAE - Associazione Agricoltori Biologici Elbani

25 marzo 2008

Obiezione di coscienza alla sperimentazione animale

Legge sull'obiezione di coscienza
alla sperimentazione animale (legge 413 del 12 ottobre 1993)
Per chi non lo sapesse, oggi la legge tutela chi si rifiuta di eseguire esperimenti sugli animali. L'obiezione di coscienza obbliga le Università ad organizzare corsi di studio alternativi per le facoltà scientifiche, e vieta qualsiasi tipo di discriminazione, accademica o economica, per chi vi aderisce. Inoltre nell’Art. 3, comma 5, si dice chiaramente che "tutte le strutture pubbliche e private legittimate a svolgere sperimentazione animale hanno l'obbligo di rendere noto a tutti i lavoratori e gli studenti il loro diritto ad esercitare l'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. Le strutture stesse hanno inoltre l'obbligo di predisporre un modulo per la dichiarazione di obiezione di coscienza alla sperimentazione animale". Moduli stampabili (formato word e pdf):

DICHIARAZIONE DI OBIEZIONE DI COSCIENZA ALLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE PER MEDICI, RICERCATORI,PERSONALE SANITARIO DEI RUOLI DEI PROFESSIONISTI LAUREATI, TECNICI ED INFERMIERISTICI: SCARICA (word)

DICHIARAZIONE DI OBIEZIONE DI COSCIENZA ALLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE PER STUDENTI UNIVERSITARI: SCARICA (pdf)

10 marzo 2008

Le uova non sono tutte uguali

Un codice alfa numerico (stampato sull’uovo) identifica, per legge, ogni uovo:
il primo numero indica la tipologia di allevamento
0 = biologico: spazio di almeno 2,5 m. quadrati per gallina su terreno all'aperto con vegetazione, massimo di 12 galline per metro quadrato al coperto, presenza di nidi per deporre le uova, trespoli, lettiere per bagni di terra, alimenti biologici, NON SI ADDIZIONANO ANTIBIOTICI né altri farmaci al cibo a scopo profilattico.

1 = all'aperto: accesso quotidiano all'aperto, presenza di vegetazione, spazio di almeno 2,5 m quadrati per gallina, presenza di nidi, trespoli, lettiere, un massimo di 12 galline per m quadrato. NON SI ADDIZIONANO ANTIBIOTICI né altri farmaci al cibo a scopi profilattici.

2 = a terra (7-12 galline per 1 metro quadrato su terreno COPERTO di PAGLIA O SABBIA) -capannoni privi di accesso all'esterno, con nidi trespoli e lettiere - USO ABITUALE DI ANTIBIOTICI che viene aggiunto al cibo a scopo profilattico.
3 = IN GABBIA (25 GALLINE PER 1 METRO QUADRATO IN POSATOI CHE OFFRONO 15 CM. PER GALLINA) -UNA SCATOLA DI SCARPE PER TUTTA LA "VITA"!-, USO MASSIVO DI ANTIBIOTICI, aggiunti al cibo a scopo preventivo (il sovraffollamento è responsabile del diffondersi di infezioni), TAGLIO DEL BECCO per evitare gli atti di cannibalismo, impossibilità totale di esprimere comportamenti naturali, luce artificiale forzata.

Le seconde due lettere impresse sull'uovo indicano invece il paese di provenienza o codice dello stato ("IT" = Italia).
Le tre cifre successive indicano il codice ISTAT del comune dove è ubicato l'allevamento e le due lettere vicine la provincia di produzione.
Un numero progressivo di tre cifre consente di identificare in modo univoco l'allevamento di provenienza in cui la gallina ha deposto l'uovo.

Le immagini e le scritte presenti sulla confezione servono unicamente ad invogliare all'acquisto (galline ruspanti, fattorie, ecc.) e non dicono assolutamente nulla sulla natura delle uova, quindi non fatevi influenzare dall'apparenza: l'unico modo per sapere ciò che si acquista, almeno per ora, è controllare il codice stampato su ll'uovo!

7 marzo 2008

Gatti donne in gravidanza e toxoplasmosi


Molti ginecologi spaventano le pazienti in dolce attesa con lo spauracchio della toxoplasmosi. Le donne in gravidanza,  seguendo le direttive di medici poco aggiornati e mal informati in materia, allontanano così da casa il/i proprio/i gatto/i evitando ossessivamente il contatto con i felini.  Nel corso di questo articolo vengono sfatati quelli che sono i più radicati quanto inutili (e dannosi) pregiudizi.
La toxoplasmosi è una malattia causata da un piccolo organismo, un protozoo che si chiama Toxoplasma gondii, una malattia che può essere pericolosa per il feto soprattutto se contratta nel primo quadrimestre di gravidanza. L’ospite definitivo di Toxoplasma è il gatto, che, se infestato, emette il parassita nell’ambiente attraverso le feci: da qui sono nati numerosi miti da sfatare, secondo cui le donne recettive (non già immuni) in gravidanza  non dovrebbero avere contatti con i gatti. Vediamo di seguito tutti i motivi scientificamente documentati per smantellare questi inutili “terrorismi medici”:
1- La toxoplasmosi non è una malattia propria del gatto ma è comune a quasi tutti i mammiferi, gli uccelli, i rettili e persino alcuni molluschi. Ci si può infestare ingerendo le carni crude o poco cotte degli animali infestati (soprattutto agnello, selvaggina, maiale da cui gli insaccati, a volte manzo), mangiando degli ortaggi mal lavati contaminati con le oocisti o facendo del semplice giardinaggio (la terra può facilmente essere contaminata da oocisti).  Infestarsi attraverso il contatto con le feci del gatto (che a sua volta dev’essere infestato) è possibile soltanto in determinate condizioni.
2- E’ stato ridimensionato il ruolo del gatto come portatore della malattia, in particolare se si tratta di un gatto domestico, la cui lettiera viene pulita frequentemente: sono necessarie infatti al minimo 24 ore affinché il parassita presente eventualmente nelle feci del gatto (sotto forma di oocisti) assuma una forma di resistenza e diventi quindi infestante per l’uomo. Il gatto normalmente emette le oocisti solo per 2 settimane durante la fase acuta della malattia. E’ inoltre molto remota la possibilità che un gatto che vive in casa si infesti con Toxoplasma, soprattutto se nella sua dieta non sono abitualmente presenti carni crude di roditori ed uccellini a loro volta portatori di Toxoplasma.
3- E’ sufficiente seguire dei piccoli accorgimenti per tutelare la propria salute e quella del nascituro:  cambiare frequentemente la lettiera (basta una volta al giorno), usare eventualmente i guanti e comunque lavarsi le mani dopo l’operazione. Evitare di consumare carni crude o poco cotte (compresi insaccati), lavare bene gli ortaggi  con acqua corrente e bicarbonato, usare i guanti quando si fa del giardinaggio.
Allontanare il proprio gatto dalla casa ed evitare ogni contatto con i felini quando si è in gravidanza è del tutto inutile, il rischio di contrarre la toxoplasmosi dal proprio gatto è infatti molto basso (praticamente nullo se si seguono i consigli sopra citati), molto più basso di quello che si corre mangiando carni crude o poco cotte (compresi insaccati), facendo del giardinaggio o mangiando degli ortaggi mal lavati.
Manuela Cassotta

Riferimenti bibliografici


Seipel Da Silva Azer, D., Bahia-Oliveira, L.M., Shen, S.K., Kwok, O.C., Lehman, T., Dubey, J.P. 2003. Prevalence of toxoplasma gondii in chickens from a highly endemic area to humans in southern brazil. Journal of Parasitology 89:394-396.
Hwang, Y.T., Pitt, J.A., Quirk, T.W., Dubey, J.P. 2007. Toxoplasma gondii in mesocarnivores in Canada. Journal of Parasitology 93:1370-1373. seroprevalence of toxoplasma gondii in mesocarnivore of the canadian prairies . Journal of Parasitology.
“Parassitologia veterinaria”, G.M. Urquhart; J.Armour; J.L.Duncan; A.M.Dunn; F.W. Jennings. Ed. italiana a cura di C. Genchi. Casa Ed. UTET.
Remington, Klein: “Infectious Diseases of fetus and newborn infant” ed. Saunders 1990 ; 1995 ; 2001.
H. Pelloux : Congenital toxoplasmosis: prevention in the pregnant woman and management of the neonate. Arch Pediatr , 206-12 , 2002.
R. Gangneux : Contribution of new techniques for the diagnosis of congenital Toxoplasmosis. Clin Lab , 47, 135-41, 2001.

6 marzo 2008

Ratti e topi: un po' di chiarezza

Apodemus sp. (topolino selvatico, o rurale)

Rattus norvegicus (ratto delle chiaviche)

Mus musculus (topolino domestico)


Arvicola sp.

Innanzitutto chiariamo chi sono i ratti e chi sono i topi, visto che spesso si tende a fare di tutta l'erba un fascio: esistono diverse specie ed addirittura diversi generi tra i roditori chiamati comunemente "topi". Tali specie sono diverse dal punto di vista biologico e comportamentale.

Il topo comune, topolino di campagna (Mus musculus) è un piccolo roditore della famiglia dei Muridi appartenente al genere Mus (del quale esistono una quarantina di specie). Misura dalla punta del loro naso all'estremità del corpo tra i 65 e i 120 millimetri di lunghezza. La coda è lunga circa 60 - 100 millimetri e pesa tra 12 e 30 grammi. La pelliccia è di colore variabile da marrone chiaro a nero con ventre e fianchi più chiari. In natura, questi roditori si possono cibare di prodotti di origine vegetale quali semi, radici, foglie e steli; di insetti (larve di scarabeo, blatte (sono utili predatori degli scarafaggi), ecc.) e di carne a seconda della disponibilità. Originario dell'Asia centrale è oggigiorno distribuito in tutto il mondo. I roditori del genere Apodemus (topo selvatico), simili ai topolini delle case, sono comuni nelle zone rurali e le case di campagna; il pelo è marrone-brunastro chiaro con parti ventrali e zampe bianche; a volte è presente sia sui fianchi che sul petto una macchia gialla. Gli occhi sono grandi e neri, le orecchie arrotondate, glabre e membranacee, le zampe posteriori nettamente più lunghe di quelle anteriori.

Le arvicole (Arvicola sp., ne esistono parecchie specie e sottospecie diffuse in tutto il mondo) sono dei piccoli roditori molto simili ai topi, di colore variabile: superiormente grigio, grigio-bruno, bruno-giallastro, bruno-nerastro, ma anche completamente nero; sovente soffuso di rossastro; inferiormente bianco-grigio o grigio scuro. Muso breve e arrotondato, orecchi brevi, appena sporgenti dal pelo; occhi piccoli.
Si nutrono di vegetali ma anche insetti (compresi quelli considerati nocivi come gli scarafaggi) e loro larve, molluschi (comprese limacce e lumache), crostacei, giovani anfibi e pesci. Frequentano sia le aree rurali che urbane.

I ratti sono invece roditori appartenenti al genere Rattus. Le 2 specie più comuni sono il ratto delle chiaviche (o surmolotto, pantegana, ratto di fogna) (Rattus norvegicus) ed il ratto dei tetti (ratto nero) (Rattus rattus), entrambi di dimensioni più grandi rispetto ai topi. I ratti sono animali molto intelligenti e socievoli, possono essere facilmente addomesticati. Hanno struttura sociale complessa e sono molto collaborativi e "solidali" tra loro, se per esempio un individuo del gruppo si ammala, viene "assistito" dai compagni, che gli forniscono cibo e calore. I ratti sono animali fortemente sinantropi (vivono nell'ambito delle comunità umane).

Nessun roditore sopra elencato è responsabile della trasmissione di particolari malattie all'uomo e agli animali domestici, non più di qualunque altro animale selvatico. Inoltre per essere potenzialmente esposti al contagio non è sufficiente la mera presenza dell'animale o il contatto diretto ma sarebbe necessario ad esempio che la cute lesa venga a contatto con le feci o le urine dei roditori, che queste ultime vengano ingerite in sufficiente quantità o che ci si faccia mordere a sangue... tutte evenienze abbastanza rare, situazioni che possono essere evitate con un minimo di buon senso.


Un po' di storia riguardante topi e ratti nel rapporto con l'uomo

Negli anni ‘20 un intraprendente agricoltore francese aveva deciso, per preservare i suoi raccolti minacciati dai conigli, di iniettare in una coppia di questi animali i virus della mixomatosi. I risultati furono clamorosi: la mixomatosi si diffuse in tutta l'Europa, distruggendo in alcune regioni fino al 95% dei conigli selvatici. E se la guerra batteriologica aveva funzionato con i conigli, perché non poteva funzionare con i topi?
Il primo germe sul quale si appuntarono le speranze dei ricercatori fu la Salmonella typhimurium, responsabile del paratifo. Ceppi particolarmente virulenti e resistenti di questo microorganismo vennero selezionati e furono disseminati nelle colonie dei topi. L'arma pareva inesorabile, perché il contagio tra i topi non poteva mancare. E sarebbe stato mortale. Gli scienziati, inoltre, assicurarono che nulla sarebbe accaduto agli altri animali, uomo compreso. I risultati, invece, furono disastrosi: nella popolazione dei topi, ben presto, si selezionò un ceppo praticamente immune al paratifo, mentre la Salmonella typhi murium si diffuse - da allora - su tutto il nostro pianeta. A seguito di quello sciagurato esperimento, attraverso alimenti contaminati dall'urina o dalle feci dei topi, il paratifo si è diffuso in tutto il mondo, dilagando anche tra gli equini, i suini, gli ovini, i conigli, i polli, i piccioni, i canarini, le anatre, le lucertole, le tartarughe... e naturalmente l'uomo.
Ancora peggio è andata con la disseminazione bacillo Yersinia pestis, responsabile della peste. Questa malattia specifica dei roditori e trasmessa tramite i morsi delle pulci del genere Xenopsylla è rimasta per millenni confinata tra le colonie di ratto nero (Rattus rattus) dimoranti nei cunicoli delle valli dell'Himalaya fin quando, nel terzo secolo d.C., il commercio della seta, (prodotta da una farfalla, Theophilla mandarina, dimorante anch’essa le valli dell'Himalaya) non determinò la trasmissione dell’infezione all’uomo e le spaventose epidemie culminate nella "Morte Nera" del 1347. Nonostante ciò, verso la fine del secolo scorso, ai proprietari delle grandi fattorie statunitensi sembrò una buona idea mettere in pratica la sciaguratissima teoria consigliata da un veterinario - tale Michael Norton - per liberare le loro terre dal Cynomys gunnisoni un voracissimo roditore. E fu così che carri guidati da immigrati cinesi vennero mandati in ogni dove a disseminare roditori appestati. Il risultato è che, ancora oggi, negli Stati Uniti - in particolare sulle Montagne Rocciose - almeno 65 specie di roditori risultano infettati dalla peste mentre l’infezione, che un anno fa ha ucciso non meno di quaranta persone, rischia di arrivare nelle metropoli.

Sorge spontanea una domanda: chi è il problema, i ratti (che son comparsi ben prima dell'uomo) o l'uomo con la sua incapacità di adattarsi all'ambiente e l'arroganza di piegare tutto secondo i propri capricci?

I ratti ed i topi in natura sono animali estremamente puliti, alla pari degli altri roditori, (tra l'altro passano buona parte della giornata a fare toeletta leccandosi e lisciandosi il pelo!) è l'ambiente in cui vivono (discariche di rifiuti e fognature) che è malsano ed antiigienico, chiunque viva in simili contesti diventerebbe infatti vettore e/o serbatoio di infezioni. Che i ratti di per sé non siano fonte di alcuna malattia trasmissibile all'uomo lo dimostra il fatto che sono ampiamente diffusi quali animali domestici.

Un bambino con un ratto addomesticato: i ratti sono animali estremamente puliti.

Per approfondimenti e se avete problemi di topi o ratti vi invito a leggere i seguenti articoli di questo blog:



Fonti:
Newton n. 5 maggio 1999

Derattizzazione non cruenta ed ecologica


Perché non usare semplicemente delle esche topicide?

1) Perché sono pericolose per l'uomo (specialmente i bambini), gli animali domestici e selvatici, contaminano il suolo e le acque.

2) Perché sono efficaci soltanto per brevi periodi e presto il problema si ripresenterà in modo ancora più grave, mentre i ratti avranno imparato ad evitare le esche (si tratta di mammiferi molto intelligenti) o peggio avranno sviluppato una resistenza.

3) Perché è una crudeltà verso gli animali: le esche agiscono come anticoagulanti, causando una lentissima (12-15 giorni!) e dolorosa morte per emorragie ripetute e soffocamento.

4) Perché le carcasse degli animali morti per aver ingerito le esche avvelenate sono esse stesse pericolose per la salute pubblica, per gli animali domestici e selvatici, e rappresentano un rischio sanitario non trascurabile.

5) Perché esistono delle alternative ecologiche e non cruente alla derattizzazione classica

Le alternative ecologiche e non cruente alla tradizionale derattizzazione, che ha non pochi svantaggi e risulta pericolosissima per l'ambiente, l'uomo e gli animali, esistono: testato in una delle citta' piu' difficili per la presenza di colonie infestanti, un nuovo metodo scientifico e' stato in grado di ridurre in maniera significativa la presenza di roditori in ambiente urbano. Vengono di seguito riportate le fasi di questo lavoro ma dobbiamo avvisare che questa descrizione ha solo valore metodologico per dimostrare la fattibilita' del progetto e non e' detto che possa essere applicato tal quale in altre realta'. Ogni realta' necessita di uno studio preliminare per rendere efficace questo progetto che non presenta spreco di soldi, inquinamento e crudelta'. Invitiamo tutti coloro che desiderano applicare un metodo finalmente risolutivo al discorso derattizzazione a contattarci o contattare direttamente l'Assessorato all'Ambiente di Genova. Fase preliminare: Sono state identificate le zone in cui testare questo nuovo approccio scientifico. Sono stati identificati tutti i fattori di rischio presenti nelle zone selezionate che si possono dividere in: a) dati fissi: non modificabili nel tempo – condizioni degli edifici, presenza di grate e finestre, presenza costante di venditori ambulanti, presenza di servizi igienici, ecc. b) dati variabili: variabili nel tempo – pulizia e manutenzione di strade e aree verdi, manutenzione tombini e cassonetti, presenza di residui di cibo, ecc. Fase operativa: E' stata effettuata la raccolta dei dati con apposite schede ed è stata monitorata la presenza dei roditori tramite posizionamento periodico di cibo in quantita' nota. In questo modo e' stato possibile monitorare con sufficiente precisione luoghi, comportamenti e posizioni delle popolazioni di roditori e metterle in relazione con fattori ambientali e/o strutturali avvenuti per cercare di diminuirne l'impatto a livello sociale. Conclusioni: potendosi avvalere di un progetto che considera dati di tipo biologico, ambientale e statistico è possibile intervenire nei cosiddetti "punti critici" per diminuire drasticamente eventuali danni prodotti dalle colonie di roditori. E' possibile evidenziare come interventi strutturali minimi, e quindi notevolmente vantaggiosi dal punto di vista economico, ma nei posti giusti, siano in grado di creare annullamento o diminuzione della presenza di roditori in maniera definitiva, non inquinante e non cruenta. Tanto per essere chiari: togliere un cassonetto e chiudere una grata identificata come punto critico con un lavoro di 100 euro in totale puo' essere piu' efficace che non migliaia di euro in interventi strutturali grossi o derattizzazione cruente ed inutili (che funzionano solo a brevissimo termine).

PREVENZIONE
E' la cosa più importante.
Topi e ratti sono attirati dagli avanzi di cibo e da luoghi le cui condizioni igieniche sono scarse: la prevenzione migliore consiste nel tenere ben puliti i pavimenti e non lasciare residui alimentari. Ostacolare l’ingresso dei roditori mediante barriere fisiche (buoni serramenti). Se l'ambiente è inospitale per i roditori, questi ultimi si sposteranno altrove.

ULTRASUONI
La derattizzazione ad ultrasuoni si basa sulla generazione di suoni ad alta frequenza (45.000 - 90.000 Hz), mediante appositi circuiti elettronici e loro successiva emissione nell'ambiente da proteggere.
E' stato ampiamente studiato l' effetto degli ultrasuoni su topi, ratti, scarafaggi, ed altri infestanti: essi agiscono a livello neurovegetativo, con effetti di stordimento, nausea, perdita del ritmo giorno/notte, perdita di appetito, diminuzione della prolificità. In sintesi : un effetto-shock.
Non appena il topo/ratto viene interessato dall' ultrasuono entra in uno stato di disagio permanente che può scomparire solo allontanandosi dalla causa, ovvero uscendo dall' ambiente protetto. Per saperne di più sui repellenti ultrasonici invito alla lettura dell'articolo specifico QUI.

PREDATORI
Si potrebbe reinserire quei predatori ormai quasi scomparsi a causa dell'inesorabile processo di cementificazione e distruzione del contesto naturale...
-Uccelli rapaci
-Rettili
-Gatti
La sola presenza dei gatti tende ad allontanare topi e ratti. Più gatti ci sono meglio è. Di solito i gatti non mangiano i ratti (completamente inutile affamare i gatti per costringerli a mangiarli) ma danno loro la caccia disturbando fortemente le loro attività e alla fine li allontanano.

ALTRI METODI NON CRUENTI ED ECOLOGICI per allontanare topi e ratti

Trappole a gabbietta: si catturano i topi o i ratti vivi, che si liberano poi lontano dalla casa. Le trappole logicamente vanno controllate ed i roditori trattati con rispetto ed attenzione.
E' un metodo molto valido per le "derattizzazioni" su piccola e media scala.
Consiglio vivamente la lettura di questo articolo sul presente blog: Rodenticidi (veleno per topi e ratti): solo un pericolosissimo business


Bibliografia e fonti

- Esperienza diretta presso studi veterinari e centri di recupero fauna (dati raccolti nell'arco di 15 anni di attività)

- Frederick M. Fishel, 2005, Pesticide Toxicity Profile: Coumarin and Indandione Rodenticides. Institute of Food and Agricultural Sciences, University of Florida, Gainesville, FL 32611.

- S. Kegley, B. Hill, S. Orme, PAN Pesticide Database, Pesticide Action Network, North America (San Francisco, CA. 2007), http:www.pesticideinfo.org.

- L.J. Casarett & J. Doull "The Basic Science of Poisons", MacMillan Pub. Co. Inc. Ed.

- The Merck veterinary manual: rodenticide poisoning http://www.merckvetmanual.com/mvm/index.jsp?cfile=htm/bc/213000.htm

http://edis.ifas.ufl.edu/pi115 (raccolta di letteratura scientifica sui rodenticidi (University of Florida)

CONTATTI:
Dr. Massimo Tettamanti, chimico, docente Scienze Ambientali e Disinquinamento, Università La Bicocca, Milano.

Veleni per roditori? Più che altro un (pericolosissimo) business

Rodenticidi, esche avvelenate, un pericolosissimo business, che fa leva sulla paura della gente nei confronti dei ratti e dei topi, ed è causa ogni anno di seri danni, più di quanto potenzialmente ne causino i roditori.
Bocconi, paste, sfarinati, e chi più ne ha più ne metta. Esche appetibili e micidiali, di solito a base di anticoagulanti.

Alcuni esempi di esche topicide

Gli anticoagulanti utilizzati per la produzione di esche rodenticide chimicamente appartengono tutti a 2 categorie: cumarine e indandioni. Il loro meccanismo di azione è comunque simile: agiscono a livello del fegato come antagonisti della vitamina K interferendo con la sintesi dei fattori della coagulazione del sangue Vitamina K- dipendenti. La loro azione inizia almeno dopo 3 giorni dall’ingestione, provocando emorragie interne diffuse che debilitano l’animale. La morte sopraggiunge mediamente dopo 12-15 giorni di agonia. Ma questa è solo
la punta di un iceberg, ecco infatti i principali SVANTAGGI dei topicidi/rodenticidi:

1. Il controllo demografico attuato tramite
rodenticida/topicida non e' risolutivo e
deve essere ripetuto periodicamente.

2. I costi sono sempre abbastanza elevati.
La necessita' di ripetere le derattizzazioni
peggiora ulteriormente e notevolmente il
rapporto costi/benefici delle derattizzazioni
tradizionali.

3. Nonostante normalmente nelle derattizzazioni
vengano applicati cartelli di segnalazione il
pericolo per bambini piccoli non seguiti
continuamente dai genitori e' reale.

4. L'impatto ambientale dei rodenticidi/topicidi
e' notevole: passano nelle falde e causano danni
agli organismi acquatici, contaminano i sedimenti
ed alcuni si comportano da distruttori endocrini
(interferiscono con il funzionamento del sistema
Ormonale di molti organismi viventi, uomo compreso).

5. I veleni rilasciati sul suolo pubblico possono
provocare la morte di molti altri animali
domestici e selvatici.
In vari comuni in Italia si sono verificate vere
e proprie morie di cani e gatti a causa delle
esche topicide posizionate dagli addetti comunali.

6. Esistono anche casi di stragi di piccoli uccelli
quasi sicuramente dovuti all'assunzione di veleno
per topi lasciato in un luogo accessibile.

7. Visto che topi e ratti si trovano in fondo alla
catena alimentare, i predatori che si cibano di
questi ultimi potrebbero a loro volta venire
avvelenati. In pericolo dunque potrebbero essere
anche delle specie protette (rapaci, ecc).

8. I roditori sviluppano nel tempo una resistenza
nei confronti delle sostanze tossiche, e pertanto
diventa necessario studiare ed immettere
nell'ambiente veleni sempre diversi e sempre più
potenti, dagli effetti imprevedibili.

9. Ogni volta che si immette in commercio una nuova
sostanza chimica la legge richiede test di tossicità
su diverse specie animali: ciò significa che decine di cani,
gatti, uccelli, pesci, ecc. verranno avvelenati appositamente,
solo per scrivere sull’etichetta del prodotto la DL50
ovvero la dose letale per il 50% degli animali su cui si è fatto
l’esperimento.

10. Il rilascio di cadaveri degli animali avvelenati
rappresenta un'ulteriore fonte di inquinamento
nell'ambiente urbano ed un notevole problema di carattere
igienico, molto più di quanto lo rappresentino i topi vivi.

11. Esistono soluzioni alternative, più efficaci nel tempo, rispettose della vita e
dell'ambiente. Per le soluzioni ecologiche al problema, vedi post dedicato. La derattizzazione con l'uso di veleni è un metodo superato, la cui unica ragione di esistere è il business delle aziende che vendono questi prodotti.

Esche topicide sparse in un ex supermercato in abbandono: piuttosto che asportare i residui di cibo e pulire si è preferito lasciare tutto lì in completo degrado e spargere veleni!
Una carcassa di ratto sull'asfalto bagnato dalla pioggia

Bibliografia e fonti

Esperienza diretta presso studi veterinari e centri di recupero fauna

- Frederick M. Fishel, 2005, Pesticide Toxicity Profile: Coumarin and Indandione Rodenticides. Institute of Food and Agricultural Sciences, University of Florida, Gainesville, FL 32611.

- S. Kegley, B. Hill, S. Orme, PAN Pesticide Database, Pesticide Action Network, North America (San Francisco, CA. 2007), http:www.pesticideinfo.org.


- L.J. Casarett & J. Doull "The Basic Science of Poisons", MacMillan Pub. Co. Inc. Ed.

CONTATTI:
Dr. Massimo Tettamanti, chimico, docente Scienze Ambientali e Disinquinamento, Università La Bicocca, Milano.