Biologia, divulgazione scientifica, soluzioni ecologiche e non cruente ai problemi con gli animali, consulenze in biosoluzioni, gatti ed altro
21 dicembre 2018
Raccolta cibo e colletta natalizia per i gatti
10 dicembre 2017
Inverno: non lasciate i gatti al freddo
Un pregiudizio tanto diffuso quanto pericoloso è che i gatti non soffrano il freddo e che possano tranquillamente vivere all'aperto anche se le temperature sono rigide. Mi ritrovo così a sentire di gente che tiene i propri gatti chiusi sul balcone, nella peggiore delle ipotesi senza un riparo e senza adeguate reti di protezione, con tutte le condizioni climatiche, convinti che tanto "i gatti hanno la pelliccia, non sentono freddo". Nulla da meravigliarsi se poi i gatti si ammalano o cadono dal balcone cercando di evadere da una situazione frustrante. Non c'è nulla di male nel lasciare uscire i propri gatti all'aperto d'inverno, se lo gradiscono, che sia sul balcone o in giardino purché sia fatto con buon senso.
Tralasciando alcune razze particolari a pelo lungo o adattate a climi freddi come ad esempio il norvegese delle foreste, in generale il gatto europeo o soriano non è adattato a vivere in climi freddi. E' vero che il gatto europeo adulto, se giovane e sano ha un eccellente resistenza alle intemperie e si può adattare a climi freddi ma ciò NON significa che siano le sue condizioni di vita ideali. Anzi, tutto al contrario, il gatto ama il caldo. Non a caso vedrete spesso gatti arrotolati nei cestini, sopra i termosifoni, sotto le coperte, sopra di voi, stretti l'uno sull'altro, sempre vicino a fonti di calore.
Non vedrete mai un gatto sano cercare di entrare in un frigorifero (a meno che non sia per rubarvi il pesce che avete appena pulito e preparato per la vostra cena!), nemmeno se le temperature esterne sono miti! I gatti tendenzialmente cercano sempre il tepore, indipendentemente dalla temperatura esterna. Se avete dei gatti e li amate, questo dovrebbe già essere sufficiente a non relegarli all'aperto quando potete lasciarli dentro al calduccio. Non è vero che il gatto "si tempra" se lo buttate fuori da casa quando fuori sono zero gradi: nella migliore delle ipotesi lo state stressando senza senso, nella peggiore potrebbe ammalarsi e dovrete portarlo dal veterinario!
C'è gente che giustifica le proprie azioni dicendo che "i gatti randagi sono fuori 24 ore su 24 in tutte le stagioni e vivono lo stesso" o "i gatti di una volta stavano sempre fuori" "in natura vivono all'aperto"... Certo che vivono lo stesso ma in media vivono meno, vivono peggio, possono essere soggetti a forme respiratorie e traumi, di fatto fanno una vita simile a quella che faceva l'uomo quando non esisteva l'elettricità, il riscaldamento, le comodità che oggi ci piacciono tanto. I gatti che vivono nelle colonie all'aperto purtroppo non possono scegliere se entrare in casa, perché non hanno una casa, spesso i cuccioli cercano il calore nei motori delle automobili, molti finiscono mutilati o uccisi per questo. Per fortuna esiste chi ha buon cuore, li cura e mette loro delle casette in cui potersi riscaldare, altrimenti molti sarebbero già finiti male! Un gatto di colonia raramente vive oltre i 10 anni quando la vita di un gatto che vive in casa può anche superare i 20 anni! Se avete adottato un gatto e potete offrirgli del calore, perché non farlo? Perché ostinarsi a rimanere aggrappati a ciò che accadeva "una volta" o "accade in natura"?
Una cosa importante da non sottovalutare è di tener conto che un gatto di colonia vive la maggior parte del suo tempo all'aperto ed ha quindi tutto il tempo per adattare il suo mantello alla stagione. La pelliccia dei gatti infatti non è sempre uguale, subisce delle mute, per cui la composizione in percentuale delle varie componenti del mantello (pelo e sottopelo) varia a seconda delle stagioni e dello stile di vita. In parole semplici è come se avessero una "divisa estiva" ed una "invernale". Se prendete un gatto abituato a vivere in casa e lo costringete a soggiornare fuori esposto a climi rigidi, equivale a mandare un umano in t-shirt e pantaloncini estivi in giro d'inverno! Lo sbalzo termico eccessivo potrebbe anche causare dei problemi.
Dategli sì la possibilità di uscire ma fate in modo che al bisogno possano rientrare in un luogo più caldo, ad esempio attraverso una gattaiola, e che abbiano acqua e cibo sufficiente sia in quantità che qualità. L'acqua a zero gradi gela rapidamente, quindi un gatto all'aperto con il freddo potrebbe rischiare la disidratazione. Se proprio non li volete o non potete tenerli in casa, fornite loro un riparo adeguato, ad esempio una casetta ricavata da scatole di polistirolo (ottimo isolante termico), ricoperte di nylon, con paglia all'interno e l'entrata orientata al riparo dal vento.
Ricordate che la funzione termoregolatrice del pelo viene meno in caso in cui l'animale sia bagnato, la pelliccia sia in qualche modo danneggiata o rasata.
Tutto quanto detto sopra riguarda gatti sani adulti ma se si tratta di gatti con patologie particolari, predisposizione a determinate condizioni (che possono anche essere non note!), gatti anziani o cuccioli e/o particolarmente magri, convalescenti, sotto anestesia, ecc. i climi rigidi per loro potrebbero essere molto pericolosi, nei casi peggiori anche fatali.
5 settembre 2016
Perché difendere la sperimentazione animale non solo non ha senso ma arreca danno ai pazienti in primis
Si battono a favore della sperimentazione animale, la promuovono, quasi fosse una missione: creano associazioni, siti, pagine sui social, organizzano eventi di (dis)informazione. Sebbene la scarsa affidabilità dei modelli animali sia sempre più riconosciuta presso la comunità scientifica, i pro-sperimentazione animale si ostinano a negare l'aspetto scientifico, spostando costantemente il dibattito sul piano etico-ideologico ed emotivo. Negano la possibilità (a volte anche futura!) e la necessità di sostituire gli animali - secondo loro i modelli migliori di cui disponiamo - con metodologie più moderne e più rilevanti per i pazienti. Affermano di essere i primi a voler fare a meno degli animali ma poi spesso ignorano i metodi innovativi basati su tessuti umani, non li promuovono, mentre incentivano la ricerca sugli animali e fanno passare in sordina la critica scientifica.
Un movimento di critica scientifica alla sperimentazione animale e per promuovere metodologie di ricerca avanzate, affidabili ed innovative ha un grande senso in un contesto dove domina il concetto preistorico "meglio sperimentare su un topo che su bambino". Siamo immersi nel pregiudizio ed in una condizione di sovra-affidamento al modello animale. I topi sono onnipresenti, la microfluidica ed i body su chip (tanto per fare un esempio) li conoscono in pochi. Cio' danneggia la ricerca ed i pazienti in primis. Che senso ha promuovere la sperimentazione animale, come se non fosse gia' abbastanza difficile voltare pagina? non si fa che ostacolare un cambiamento necessario, che e' gia' in atto e che apporterebbe beneficio a tutti. La necessita' crea infatti la funzione ed attualmente esiste troppa poca consapevolezza che sostituire i modelli animali con altri modelli piu' affidabili e rilevanti sia una necessita' scientifica e NON solo una questione etica. Perche' i pro test continuano a negare questo aspetto? Io ho avuto (e continuo ad avere) grandi difficoltà per poter dedicare i miei studi all'animal replacement utilizzando materiale umano, colture 3D, ecc. ed e' veramente scoraggiante per me, constatare che il 90% dei miei colleghi occupi il proprio tempo a difendere la sperimentazione animale. E' altresì scoraggiante piu' che mai constatare che mentre la' fuori ci sono frotte di antivivisezionisti a sbraitare "stop vivisezione", i ricercatori che sostengano seriamente la necessita' di superare la s.a. opponendosi a questo regime dittatoriale murinocentrico (non ho altri modi per definire la situazione), consci della situazione, siano relativamente pochi e spesso osteggiati o presi poco seriamente: siamo al punto che se metti in dubbio l'affidabilita dei topi sei per forza animalista. Se parli di bioreattori e 3D ti chiedono "cos'e' ? supermario 3d?" Senza aver nulla contro l'essere animalisti, si sta parlando di un'altra cosa. Vorrei una ricerca che studi l'uomo e non i topi, vorrei delle cure per la mia malattia, non per i roditori. Vorrei poter contribuire alla ricerca sulla mia malattia (ma anche altre) utilizzando dei tessuti umani e non murini (magari anche i miei). Vorrei avere accanto dei colleghi come me. Sembra mission impossible invece!
2 maggio 2016
Annuncio conferenza: fare ricerca senza animali si può e si deve
Milano 14 Maggio 2016 ore 09.00
Sala del Grechetto - Via Francesco Sforza, 7
dalle ore 09.00 alle ore 13.00 - Evento aperto al pubblico.Ingresso libero.
Poichè i posti in sala sono limitati, si consiglia la prenotazione.
16 gennaio 2013
Il commercio delle tartarughe d’acqua e la biodiversità
Chi sono le tartarughe d’acqua
vendute come animali da compagnia?
Sono tartarughe appartenenti al genere Trachemys ed originarie del sud
degli Stati Uniti (valle del Mississippi), dell’Illinois e del Golfo del
Messico. Vengono chiamate anche tartarughe dalle orecchie rosse per la
caratteristica macchia rosso-arancio presente nella sottospecie più diffusa (T. scripta elegans), soprattutto negli
individui più giovani.
Cenni di biologia
Le
dimensioni degli adulti variano da 12,5 a 28 cm (le femmine raggiungono le
taglie maggiori). Le Trachemys sono onnivore e in natura si alimentano
di pesci, rane, girini, vermi, lumache, insetti, larve, animali morti e piante
acquatiche. Gli individui giovani sono prevalentemente carnivori, infatti
occupano le acque più basse, dove abbondano gli insetti. Man mano crescono si
spostano verso acque più profonde, dove è meno facile trovare prede animali, e
scelgono una dieta prevalentemente vegetariana. Sebbene sia un’abilissima
nuotatrice Trachemys s. elegans trascorre molto tempo ad esporsi al
sole, da metà mattina a metà pomeriggio nei giorni di sole, e fino al tardo
pomeriggio nei giorni nuvolosi. Questo tipo di comportamento, tipico dei
rettili, ha la funzione principale di permettere la termoregolazione, ossia il
raggiungimento di una temperatura corporea ottimale. Inoltre permette la
sintesi di vitamina D3, ostacola la crescita di alghe dannose ed allontana i
parassiti. Allo stato naturale i maschi raggiungono la maturità sessuale a 2-5
anni di età, a una lunghezza del piastrone di 9-10 cm. Le femmine diventano
sessualmente mature quando raggiungono una lunghezza di 15-19,5 cm (spesso nei
rettili l’insorgenza della maturità sessuale dipende dalla taglia raggiunta,
più che dall’età).
Legislazione
T.
s. elegans attualmente è in
Allegato B del Regolamento CE n° 338/97 del 09.12.1996. Ciò significa che è
vietata la sua importazione nei Paesi dell'Unione Europea, ma i soggetti
importati prima dell’entrata in vigore della legge sono di libera detenzione.
Il divieto deriva dal fatto che le tartarughe liberate impunemente dai
proprietari negli stagni e nei laghi costituiscono una seria minaccia per la
flora e la fauna locale, in particolare per la tartaruga palustre europea, Emys
orbicularis, divenuta rarissima. Essendo in Allegato B, chi ha nascite di
queste tartarughe è tenuto alla compilazione del Registro di detenzione
(Decreto ministeriale del 22.02.01), ma solo se intende cederle. In ogni caso è
necessario denunciare le nascite al Corpo Forestale dello Stato.
Perché si dovrebbe porre fine al
commercio di tartarughe dalle orecchie rosse?
Per
vari motivi che elencheremo brevemente di seguito:
1
- Le tartarughe dalle orecchie rosse sono importate dagli Stati Uniti a decine
di migliaia ogni anno, illegalmente: la maggior parte muore ancora prima di
essere venduta, a causa delle condizioni inadatte in cui sono tenute e delle
epidemie che si sviluppano in seguito alle inadeguate condizioni di trasporto e
dello stress.
2
– Moltissime tartarughe muoiono prima di un anno di età, per mancanza di cure
adeguate da parte dei proprietari che le acquistano senza cognizione di causa.
Quando crescono e diventano troppo ingombranti per essere tenute in una vasca
spesso vengono liberate, danneggiando la fauna locale, oppure fanno una brutta
fine. Nei casi più fortunati vanno ad “arricchire” le già straripanti strutture
atte al recupero (centri di recupero, acquari comunali, musei, ecc.), che
dovranno accoglierle e cercare eventualmente di darle in adozione a persone
competenti che possiedono strutture adatte (impresa molto difficile).
3
– Sono di difficile manutenzione: il mantenimento ideale in cattività delle Trachemys
è rappresentato da un laghetto all’aperto, il che raramente è realizzabile per
il proprietario. Il laghetto deve essere provvisto di un muretto o una
recinzione per evitare che gli animali scappino, di una zona asciutta per
permettere alle tartarughe di uscire dall’acqua e riscaldarsi al sole, ed
eventualmente di un’area adatta alla deposizione delle uova. L’alimentazione
deve essere adeguata e varia (non sono sufficienti i classici gamberetti secchi
diffusi nei negozi specializzati) ed integrata con piccoli pesci, lombrichi,
insetti, molluschi. Il laghetto dev’essere progettato per offrire uno strato di
fango che servirà da protezione durante i mesi invernali di letargo. Se il
laghetto ghiaccia e/o le temperature scendono troppo, le tartarughe possono
morire. Un paio di Trachemys fino a 10 cm di lunghezza possono essere
anche tenute in casa, in una vasca di vetro di almeno 60 x 30 x 30 cm, con
lampada UV, filtri, riscaldatori e termostati (tutte apparecchiature costose e
destinate ad una ristretta fascia di pubblico), tutto ciò per cercare di
ricostruire un ambiente che non sarà mai come quello naturale. Inoltre, quando
gli animali raggiungeranno dimensioni maggiori, cosa faremo?
4
– Lo stress da trasporto, manipolazione e sovraffollamento favorisce lo
sviluppo e la diffusione di epidemie di salmonellosi tra le tartarughe,
mettendo a rischio anche la salute umana. Mentre in situazioni normali le
tartarughe hanno scarsissima/nulla probabilità di trasmettere la salmonella
all’uomo, in condizioni estreme di sovraffollamento le probabilità diventano
molto più elevate.
5
- Una Trachemys può vivere anche 30
anni, saremo in grado di prendere un simile impegno a lungo termine?
Riferimenti bibliografici
Cassotta M. - MI.F.A. - Missione Fauna e Ambiente Onlus http://mifaonlus.com
Akbari, S. 2009, Restore to good health in baby turtle, Trachemys
scripta elegans with chronic anorexia and blind eyes. Iranian Journal of
Veterinary Research, Shiraz University, Vol. 10, No. 4, Ser. No. 29, 2009
Bergmire-Sweat, MPH; J Schlegel,
MSP; C Marin; K Winpisinger, MS; C Perry; M Sotir, PhD; J Harris Multistate Outbreak of Human Salmonella
Infections Associated with Exposure to Turtles -- United States, 2007-2008, PhD
Mitchell M.A., Adamson T., Singleton, Roundtree M., Bauer R.,
Acierno M. Evaluating the efficacy of Clorox and Baquacil against Salmonella
spp. in red-eared slider (Trachemys scripta elegans)
eggs and hatchlings. Am J Vet Res 68(2):
158-164, 2007.
30 aprile 2012
Malattie del gatto: peritonite infettiva o FIP
La peritonite infettiva felina (FIP) è una malattia virale immunomediata a carattere progressivo che, salvo rare eccezioni risulta fatale nell’arco di qualche settimana. È causata da un coronavirus, il FIP-virus (FIPV), che molti autori considerano una mutazione in vivo del coronavirus enterico felino (FECV), ampiamente diffuso e moderatamente patogeno. Il FIPV è relativamente instabile nell’ambiente, ma può rimanere infettante anche per 7 settimane all’interno della materia organica essiccata o sulle superfici asciutte. E’ sensibile ai disinfettanti più comunemente utilizzati per uso domestico. Viene trasmesso attraverso le secrezioni orali e nasali; di solito, la trasmissione richiede un contatto prolungato con un gatto infetto. All’interno di una popolazione chiusa, l’incidenza dei gatti infetti e tipicamente variabile fra zero e 80-90%, alcuni sono resistenti. L’esito dell’infezione può restare sconosciuto per mesi o anni, dal momento che il virus può rimanere a lungo in fase di quiescenza. Il risultato finale è influenzato dalla risposta immunitaria del gatto. La produzione di anticorpi specifici per il virus può promuovere la malattia piuttosto che determinare l’immunità. Recentemente, è stata segnalata l’esistenza di un’influenza genetica sulla sensibilità alla FIP. Sembra che certi gatti maschi possono trasmettere questo carattere alla progenie. La forma umida o essudativa determina la comparsa di lesioni piogranulomatose all’interno di uno o più organi e la formazione di un versamento essudativo nella cavità toracica o addominale. La forma secca o non essudativa provoca le stesse lesioni organiche, ma senza il versamento. Gli organi più comunemente interessati sono i reni, il fegato e linfonodi viscerali, le anse intestinali, i polmoni, gli occhi e l’encefalo. I segni clinici sono riferibili all’interessamento di queste strutture ma in tutti casi generalmente comprendono anche perdita di peso, inappetenza e febbre refrattaria alla terapia. Sono comuni ittero o pallore delle mucose. In seguito allo sviluppo dei versamenti addominali o pleurici, si osservano distensione addominale o dispnea.
La forma secca della FIP è una delle malattie più difficili da diagnosticare nell’animale in vita, anche da parte dei clinici esperti. Va inclusa nell’elenco delle possibili diagnosi differenziali di tutti i gatti che presentano quadri cronici di perdita di peso, scarso appetito e febbre.
Diagnosi: cosa fa di solito il veterinario
La forma secca della FIP è una delle malattie più difficili da diagnosticare nell’animale in vita, anche da parte dei clinici esperti. Va inclusa nell’elenco delle possibili diagnosi differenziali di tutti i gatti che presentano quadri cronici di perdita di peso, scarso appetito e febbre.
Diagnosi: cosa fa di solito il veterinario
- Osservazione dei segni clinici: i segni clinici non sono diversi da quelli di molte malattie infettive infiammatorie; tuttavia, alla presenza di una febbre persistente, refrattaria alla somministrazione di antibiotici, a far sospettare la presenza della peritonite infettiva. Le emorragie retiniche si riscontrano solo in un numero limitato di malattie e non sono costantemente presenti in caso di FIP, ma giustificano anche se l’inserimento di queste infezione nell’elenco delle possibili diagnosi differenziali.
- Test FIP (PCR): può essere eseguito su essudato o sul sangue, può dare falsi positivi o falsi negativi, non è molto affidabile in quanto non distingue FIPV da FECV. La positività del test su un gatto con evidenti segni clinici orienta verso la diagnosi di FIP. La positività del test sul sangue di un gatto asintomatico può non avere alcun significato patologico, significa soltanto che il gatto durante la sua vita è venuto a contatto con un coronavirus ed ha sviluppato gli anticorpi.
- Titolazione del coronavirus: il test è significativo solo se il valore degli anticorpi riscontrato è elevato (superiore a 1: 1600) e se sono presenti gli appropriati segni clinici. L’esito è positivo, con bassi valori, in caso di infezione da FIPV senza malattia, in alcuni casi di FIP o nelle infezioni da FECV. Si può anche avere un riscontro negativo in soggetti con forme clinicamente manifeste di FIP.
- Livelli sierici di proteine e conta dei linfociti: molti gatti con FIP presentano elevati livelli sierici di proteine totali (maggiore 7,8 mg/dl) ed una diminuzione del rapporto albumine: globuline (A:G minore 0,6). Nei gatti con FIP è spesso presente linfopenia (carenza di linfociti). Questo quadro è però presente anche in altre malattie infiammatorie croniche.
- Analisi dei liquidi di versamento: il tipico essudato è di colore limpido o paglierino, viscoso e contenente filamenti di fibrina. E’ sterile e contiene proteine (soprattutto gammaglobuline) in grande quantità.
La prognosi per i gatti con FIP è infausta. Tuttavia, i soggetti sieropositivi non vanno assolutamente soppressi perché la maggior parte non svilupperà la malattia. Un test positivo al FIPV non dice assolutamente nulla, se non che il gatto è venuto a contatto con il comune Coronavirus.
NOTE: La FIP è una malattia specifica dei felini e non è assolutamente pericolosa per l’uomo né c’è pericolo di contagio ad altri animali domestici
NOTE: La FIP è una malattia specifica dei felini e non è assolutamente pericolosa per l’uomo né c’è pericolo di contagio ad altri animali domestici
24 aprile 2012
Malattie dei gatti: FIV ed immunodeficienza felina acquisita
ll FIV (Feline Immunodeficiency Virus) è il virus responsabile dell’immunodeficienza felina acquisita, che porta ad un progressivo deterioramento del sistema immunitario del gatto, al pari dell’ HIV (responsabile dell’AIDS) negli umani. E’ importante sottolineare che il FIV infetta soltanto i gatti e quindi non è assolutamente trasmissibile all’uomo o ad altri animali. La via di trasmissione dell’infezione è principalmente attraverso le ferite da morso. Altre vie di contagio possibili sono la via transplacentare (dalla madre al feto attraverso la placenta), attraverso il latte materno e durante l’accoppiamento. Più rara è la trasmissione attraverso l’uso comune di ciotole o lettiere. Sono particolarmente a rischio i gatti maschi, giovani (2-5 anni), aggressivi per la difesa del territorio o per la conquista delle femmine e che vivono liberi all’aria aperta (hanno maggiore possibilità di incontrare altri gatti infetti).
Da un punto di vista della sintomatologia il FIV molto raramente induce direttamente una malattia; molto più spesso è invece un’infezione opportunista la causa del riscontro dei vari segni clinici presenti.
In ogni caso l’infezione da FIV in natura si manifesta con 3-4 stadi clinici differenti tra loro per la sintomatologia, la durata e la compromissione del sistema immunitario da parte del virus.
Il primo stadio della malattia ha un periodo di incubazione di circa 1 mese ed è caratterizzato da una sintomatologia molto variabile con febbre, diarrea, congiuntivite, letargia e ingrossamento più o meno marcato dei linfonodi; questa fase può durare settimane se non anche dei mesi e spesso non è evidenziata dai proprietari. Superata questa prima fase clinica dell’infezione i gatti diventano dei portatori asintomatici entrando nella fase di latenza: per un periodo variabile molto lungo (anche più di tre anni) non manifestano alcun sintomo clinico, ma allo stesso tempo hanno una viremia persistente che causa un progressivo declino delle difese immunitarie dell’organismo con successiva incapacità a combattere le infezioni esterne. La rapidità di evoluzione dello stadio di latenza nello stadio terminale dipende da vari fattori quali l’età, lo stato di salute del paziente e le sue condizioni immunitarie. Lo stadio terminale dell’infezione è caratterizzato da un rapido decadimento delle condizioni generali dell’animale a causa delle infezioni croniche od opportunistiche che si possono presentare, e che porta il gatto a morte.
Le malattie che più facilmente si riscontrano sono la sindrome stomatite-gengivite-faucite, il dimagrimento progressivo, l’anemia e la leucopenia, l’insufficienza renale, le micosi, le sinusiti, gli ascessi e le infezioni batteriche ai vari organi e apparati.
La sindrome stomatite-gengivite-faucite è spesso uno dei primi segni clinici evidenziabili che fanno sospettare la presenza dell’infezione; è una patologia molto fastidiosa poiché determina forte dolore nella masticazione con conseguente anoressia e dimagrimento del gatto.
Tale problema spesso per essere risolto necessita dell’estrazione completa dei denti e dell’utilizzo di un cibo morbido per permettere all’animale di alimentarsi. La diagnosi della FIV si effettua con un semplice test sierologico (possibile anche in ambulatorio) basato sul rilevamento degli anticorpi prodotti contro il virus; tali anticorpi sono prodotti 2-4 settimane dopo l’infezione e pertanto è necessario aspettare tale periodo prima di eseguire il test. Sono possibili dei falsi-positivi vista la notevole sensibilità dei test disponibili in commercio. Inoltre nei gattini partoriti da femmine FIV positive, bisogna ricordarsi che gli anticorpi materni contro la FIV assunti con il colostro possono perdurare in circolo per mesi ed essere evidenziati dai test diagnostici: bisogna quindi aspettare che l’animale abbia compiuto i 6 mesi d’età per eseguire il test evitando così il rischio di avere dei falsi positivi.
I gatti FIV-positivi hanno difese immunitarie più deboli, per cui sono più soggetti a contrarre malattie e hanno meno risorse per combatterle. Sono di solito gatti in buona salute, necessitano solo di un po’ più di attenzioni e di cure più lunghe rispetto ad un gatto sieronegativo. A volte appaiono perfettamente sani e non manifestano alcuna debolezza: se non fosse perché esiste il test, non sarebbero distinguibili dai sieronegativi. Un gatto FIV-positivo che vive in casa e, quindi, non è esposto al rischio di contrarre ulteriori infezioni può trascorrere tutta la vita senza manifestare la malattia e può vivere oltre 10 anni (l’età media di un gatto è circa 12-13 anni). Alcuni gatti FIV-positivi, però, come menzionato sopra, possono sviluppare malattie di varia gravità, che vanno tempestivamente identificate e curate.
Possiamo tranquillamente adottare un gatto FIV positivo, gli daremo una vita felice. Se abbiamo a casa altri gatti che invece sono negativi al FIV non è necessario separarli se si tratta di gatti sterilizzati: come già detto il FIV si trasmette con i morsi durante le lotte ed i combattimenti fra gatti o per contatto diretto con sangue infetto (trasfusioni, aghi o strumenti chirurgici infetti). E’ possibile la trasmissione durante l’accoppiamento, per lo più attraverso il caratteristico morso sul collo dato dal gatto maschio alla femmina. Rarissima è invece la trasmissione attraverso il leccamento reciproco e la condivisione delle ciotole, inoltre, il virus sopravvive solo pochi minuti nell’ambiente per cui in assenza di conflittualità e di rapporti sessuali, la probabilità che un gatto FIV-positivo contagi un altro gatto è praticamente inesistente. Non è perciò consigliabile isolare un gatto sieropositivo, è invece opportuno che i gatti siano sterilizzati.
Da un punto di vista della sintomatologia il FIV molto raramente induce direttamente una malattia; molto più spesso è invece un’infezione opportunista la causa del riscontro dei vari segni clinici presenti.
In ogni caso l’infezione da FIV in natura si manifesta con 3-4 stadi clinici differenti tra loro per la sintomatologia, la durata e la compromissione del sistema immunitario da parte del virus.
Il primo stadio della malattia ha un periodo di incubazione di circa 1 mese ed è caratterizzato da una sintomatologia molto variabile con febbre, diarrea, congiuntivite, letargia e ingrossamento più o meno marcato dei linfonodi; questa fase può durare settimane se non anche dei mesi e spesso non è evidenziata dai proprietari. Superata questa prima fase clinica dell’infezione i gatti diventano dei portatori asintomatici entrando nella fase di latenza: per un periodo variabile molto lungo (anche più di tre anni) non manifestano alcun sintomo clinico, ma allo stesso tempo hanno una viremia persistente che causa un progressivo declino delle difese immunitarie dell’organismo con successiva incapacità a combattere le infezioni esterne. La rapidità di evoluzione dello stadio di latenza nello stadio terminale dipende da vari fattori quali l’età, lo stato di salute del paziente e le sue condizioni immunitarie. Lo stadio terminale dell’infezione è caratterizzato da un rapido decadimento delle condizioni generali dell’animale a causa delle infezioni croniche od opportunistiche che si possono presentare, e che porta il gatto a morte.
Le malattie che più facilmente si riscontrano sono la sindrome stomatite-gengivite-faucite, il dimagrimento progressivo, l’anemia e la leucopenia, l’insufficienza renale, le micosi, le sinusiti, gli ascessi e le infezioni batteriche ai vari organi e apparati.
La sindrome stomatite-gengivite-faucite è spesso uno dei primi segni clinici evidenziabili che fanno sospettare la presenza dell’infezione; è una patologia molto fastidiosa poiché determina forte dolore nella masticazione con conseguente anoressia e dimagrimento del gatto.
Tale problema spesso per essere risolto necessita dell’estrazione completa dei denti e dell’utilizzo di un cibo morbido per permettere all’animale di alimentarsi. La diagnosi della FIV si effettua con un semplice test sierologico (possibile anche in ambulatorio) basato sul rilevamento degli anticorpi prodotti contro il virus; tali anticorpi sono prodotti 2-4 settimane dopo l’infezione e pertanto è necessario aspettare tale periodo prima di eseguire il test. Sono possibili dei falsi-positivi vista la notevole sensibilità dei test disponibili in commercio. Inoltre nei gattini partoriti da femmine FIV positive, bisogna ricordarsi che gli anticorpi materni contro la FIV assunti con il colostro possono perdurare in circolo per mesi ed essere evidenziati dai test diagnostici: bisogna quindi aspettare che l’animale abbia compiuto i 6 mesi d’età per eseguire il test evitando così il rischio di avere dei falsi positivi.
I gatti FIV-positivi hanno difese immunitarie più deboli, per cui sono più soggetti a contrarre malattie e hanno meno risorse per combatterle. Sono di solito gatti in buona salute, necessitano solo di un po’ più di attenzioni e di cure più lunghe rispetto ad un gatto sieronegativo. A volte appaiono perfettamente sani e non manifestano alcuna debolezza: se non fosse perché esiste il test, non sarebbero distinguibili dai sieronegativi. Un gatto FIV-positivo che vive in casa e, quindi, non è esposto al rischio di contrarre ulteriori infezioni può trascorrere tutta la vita senza manifestare la malattia e può vivere oltre 10 anni (l’età media di un gatto è circa 12-13 anni). Alcuni gatti FIV-positivi, però, come menzionato sopra, possono sviluppare malattie di varia gravità, che vanno tempestivamente identificate e curate.
Possiamo tranquillamente adottare un gatto FIV positivo, gli daremo una vita felice. Se abbiamo a casa altri gatti che invece sono negativi al FIV non è necessario separarli se si tratta di gatti sterilizzati: come già detto il FIV si trasmette con i morsi durante le lotte ed i combattimenti fra gatti o per contatto diretto con sangue infetto (trasfusioni, aghi o strumenti chirurgici infetti). E’ possibile la trasmissione durante l’accoppiamento, per lo più attraverso il caratteristico morso sul collo dato dal gatto maschio alla femmina. Rarissima è invece la trasmissione attraverso il leccamento reciproco e la condivisione delle ciotole, inoltre, il virus sopravvive solo pochi minuti nell’ambiente per cui in assenza di conflittualità e di rapporti sessuali, la probabilità che un gatto FIV-positivo contagi un altro gatto è praticamente inesistente. Non è perciò consigliabile isolare un gatto sieropositivo, è invece opportuno che i gatti siano sterilizzati.
23 aprile 2012
Malattie del gatto: panleucopenia felina
La panleucopenia o enterite infettiva felina (FIE) è causata da un virus. Questo virus mostra un’affinità per le cellule in rapida suddivisione del midollo osseo e dell’epitelio intestinale del gatto. La via di trasmissione più probabile è quella oro-fecale; il periodo di incubazione previsto è di 2-9 giorni. Durante la fase acuta della malattia, attraverso le feci vengono eliminate grandi quantità di virus. I gattini possono contrarre l’infezione nel periodo prenatale, negli ultimi due terzi della gestazione; la madre di solito non manifesta alcun segno clinico della malattia. Il virus è in grado di causare una malattia significativa nei gatti non immuni di qualsiasi età anche se raramente causa la morte negli adulti. I gattini ed i gatti giovani presentano spesso febbre, vomito ad insorgenza acuta o iperacuta, prostrazione e disidratazione. Inizialmente, può non essere presente la diarrea liquida. L’addome può risultare dolente alla palpazione. Le anse intestinali sono talvolta ispessite e spesso contengono fluidi e gas. Si può avere una grave perdita idrica, che può portare a morte gli animali. I gattini colpiti dall’infezione intrauterina possono essere espulsi prematuramente (aborto spontaneo) o, se sopravvivono, manifestare una disfunzione cerebellare non progressiva. Si riscontrano atassia (perdita di coordinazione nei movimenti) ed ipermetria (disturbo neurologico a carico della motilità, che consiste nella esecuzione di movimenti di un’ampiezza eccessiva rispetto al fine che si propongono) con assunzione di una stazione ad arti divaricati (ampia base d’appoggio). La prevalenza della malattia è massima nei gatti con meno di un anno di vita, fra i quali gli esiti letali possono arrivare al 50 -90%. Si verificano delle infezioni subcliniche, solitamente nei gatti adulti o nei gattini meno giovani. I portatori sani della malattia possono svolgere la funzione di serbatoio del virus. Di solito, la malattia si riscontra in gatti non vaccinati che vivono in condizioni di stress o sovraffollamento, come nei ricoveri per animali; la panleucopenia è comunque meno diffusa che in passato.
Segni clinici: la malattia va sospettata nei gattini e gatti giovani che presentano febbre, inappetenza e vomito (saliva gialla o verde, anche a digiuno).
Cosa fare
ATTENZIONE: soprattutto se si tratta di individui molto giovani è importantissimo rivolgersi tempestivamente al veterinario ai primi segni di inappetenza e vomito ripetuto anche a digiuno (giallo-verdognolo). I gattini si disidratano velocemente e possono morire nel giro di 24 ore.
Cosa fa di solito il veterinario
Diagnosi
Segni clinici: la malattia va sospettata nei gattini e gatti giovani che presentano febbre, inappetenza e vomito (saliva gialla o verde, anche a digiuno).
Cosa fare
ATTENZIONE: soprattutto se si tratta di individui molto giovani è importantissimo rivolgersi tempestivamente al veterinario ai primi segni di inappetenza e vomito ripetuto anche a digiuno (giallo-verdognolo). I gattini si disidratano velocemente e possono morire nel giro di 24 ore.
Cosa fa di solito il veterinario
Diagnosi
- Osservazione dei segni clinici
- Esame emocromocitometrico: la panleucopenia (carenza di tutte le serie di leucociti) è un riscontro costante. Entro pochi giorni dall’infezione si può arrivare ad un valore minimo di 100 200 leucociti/µl. La prognosi peggiora con l’aggravarsi della leucopenia.
- Diagnosi differenziale con avvelenamenti, toxoplasmosi ed enterite batterica. La toxoplasmosi di solito è associata ad una componente respiratoria e causa raramente una grave leucopenia. L’enterite batterica primaria (Escherichia coli, salmonellosi) si può presentare con quadri clinici e leucopenici simili.
Interventi terapeutici primari
- Fluido terapia: la fluido terapia endovenosa deve essere finalizzata a garantire la copertura dei fabbisogni di mantenimento e la correzione delle perdite in atto a causa del vomito della diarrea. Nella maggior parte dei casi, risulta adeguata una soluzione elettrolitica bilanciata come quella di Ringer lattato con destrosio al 5%. La fluido terapia sottocutanea è sufficiente solo nei casi più lievi.
- Antibiotici: spesso a causa della presenza della leucopenia e di infezioni batteriche associate si effettua un trattamento antimicrobico ad ampio spettro. La somministrazione di antibiotici per via orale è inizialmente da evitare a causa del vomito. Dopo 24-48 ore, se non induce un aggravamento dell’emesi (vomito), si può offrire dell’acqua l’animale.
- Inizialmente può essere presente la febbre. Man mano che la malattia progredisce, alcuni gattini divengono ipotermici a causa della perdita idrica e dell’endotossiemia. il veterinario monitorerà la temperatura corporea. Può essere necessario coprire l’animale e riscaldarlo con l’aiuto di una bottiglietta di acqua calda rivestita da un panno morbido.
Prognosi
Con un’adeguata e precoce terapia di supporto, la maggior parte dei gatti e dei gattini sopravvive alla panleucopenia. Le complicazioni che aggravano la prognosi sono la sepsi da batteri gram-negativi e lo shock endo-tossico.
Con un’adeguata e precoce terapia di supporto, la maggior parte dei gatti e dei gattini sopravvive alla panleucopenia. Le complicazioni che aggravano la prognosi sono la sepsi da batteri gram-negativi e lo shock endo-tossico.
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