2 maggio 2016

Risposta del dott. Daniele Tedeschi alla Sen. De Biasi su nota ANMVI

Con questo post vorrei dare visibilità alla lettera di un mio collega in risposta alla nota pubblicata sul sito dell' ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani): secondo la Sen. De Biasi, la causa della crisi della ricerca italiana e della fuga di cervelli sarebbe da attribuire a "leggi troppo restrittive sulla sperimentazione animale, che penalizzano i ricercatori". L'ANMVI dovrebbe rappresentare i veterinari italiani? ma siamo davvero sicuri che sia così? Chissà  perché chiunque esprime un pensiero diverso viene messo a tacere, a meno che non sia "animalista". Eh sì perché si vuol far credere che la questione sperimentazione animale e metodi alternativi sia una partita che si gioca tra ricercatori che sostengono la scienza ed animalisti sprovveduti che preferirebbero salvare un topo piuttosto che un bambino. Una tattica che non può  funzionare a lungo, perché per fortuna almeno sul web non vige l'oscurantismo che colpisce la tv e la stampa.

Lettera aperta da Daniele Tedeschi BSc PhD

Biologo e fisiologo
 
Gent.le ed Ill.stre
Senatrice Emilia De Biasi

In riferimento alla nota che ho letto su ANMVI e che riporta una Sua considerazione sullo stato della ricerca scientifica in Italia.
La nostra Ministra ha parlato nei giorni scorsi dei numeri e della qualità della ricerca scientifica nel nostro amato Paese (“ … in Italia … manca un’infrastruttura per la ricerca, manca la rete che faccia da sostegno ai ricercatori. I nostri ricercatori vanno all’estero, perché l’Italia … non costituisce per loro un paese accogliente. La ricerca deve creare intorno ai ricercatori un sistema. …” Aggiungo io che l’Italia non costituisce un paese accogliente neanche per i ricercatori stranieri, basti ricordare che dei 30 ricercatori Italiani che hanno acquisito i noti finanziamenti, ben 17 lavoreranno in altri paesi, inoltre nessuno dei ricercatori stranieri vincitori di quel bando “investirà” tempo e soldi in Italia). Ecco, la Ministra ha messo l’accento su una delle principali cause che portano, nel tempo, a dover reinvestire senza godere dei frutti maturi o maturandi. E questo si può dire in particolare delle migliaia di dottorandi e dottori di ricerca su cui il paese investe o ha investito, ma che non troveranno mai, in gran parte, uno sbocco nella ricerca stessa, almeno non in Italia.
Leggendo il suo parere invece, pare che il problema di non partecipazione o perdita dei bandi sia in qualche modo dovuto ad una legge che non permette ai nostri ricercatori di sfruttare chissà quali occasioni future. La direttiva sulla sperimentazione animale (a cui pare lei faccia riferimento) è europea e dà la stessa opportunità a tutti, ovvero investire sulle nuove tecnologie, citate a più riprese durante il convegno dei giorni scorsi, ed in particolare sulle metodiche alternative e sostitutive alla sperimentazione animale (come minimo le 3R??), a meno che gli sbocchi per i nostri dottorandi e ricercatori non siano gli allevamenti di animali da laboratorio; sono convinto che non ci crede neanche Lei Illustre Senatrice. L’anomalia, a mio parere, rispettando in ogni caso il Suo, è vedere solo vincoli dove non ci sono: se una serie di norme nazionali ed internazionali “limitano” (e neanche tanto viste le deroghe con cui una serie di esperimenti su animali vengono comunque eseguiti da qualche anno in barba, non alla legge, ma allo spirito della norma europea stessa, resa applicativa dal Governo un paio di anni fa) un tipo di ricerca, stimolando (e non inibendo) una ricerca scientifica oltre che più avanzata tecnologicamente anche più etica, dal mio punto di vista come di molti altri ricercatori Italiani nonché di chi ha scritto la norma. Questo è un valore aggiunto oggi che in realtà in questo paese non viene utilizzato o quantomeno scarsamente fruito. Quanti fondi vengono realmente investiti sulle nuove metodiche esistenti o “da scoprire?”; già, da scoprire!, dato che ricerca è ricercare: la “giustificazione” di non avere una possibilità applicativa immediata ritarda e rimanda al futuro e in altri paesi una scienza avanzata oltre che etica, la ricerca di base non dovrebbe esistere quindi? Eppure c’è e da questa partono applicazioni utili, ma quanti ritardi dovuti alle differenze interspecie, dato che purtroppo, nella quasi totalità dei casi è esclusivamente condotta su un campione di soggetti che non è rappresentativo della popolazione da studiare, e le regole di campionamento?, (Bias .. etc) prima ancora che statistiche, dove sono?, eppure vengono comunque studiate (purtroppo non obbligatoriamente in alcune discipline scientifiche) nelle nostre università.
Con umiltà chiedo a Lei, nella sua posizione di responsabilità prima ancora che di potere, di provare a ri-valutare lo spirito di quelle norme, italiane ed europee, che anzi dovrebbero essere perfezionate nell’indicare le motivazioni scientifiche che portano alla scelta di un determinato campione sia esso un chip, una cellula (Lei cita il caso Stamina, ma perché?, a fronte di tanta buona ricerca su cellule staminali nel mondo? Questo mi sembra strumentale) o un animale non umano; la parola “somiglianza” in scienza andrebbe stabilita da regole scientifiche, complete e non parziali, ed etiche quando si parla della vita: si fa un esperimento su un topo o su un primate perché somiglia ad un bambino? Chiedetelo alla madre o al padre di quel bambino, anche perché se chiedeste di dare la vita del topolino, molti direbbero di si, ma tutti darebbe anche la propria per il figlio, ma sarebbe poi utile? No a quanto pare, dato che la stessa AIFA comunica all’utenza che “un bambino non è un piccolo adulto” … ma un piccolo topolino si? Non mi pare proprio, e non solo a me). C’è l’abitudine ad utilizzare un certo modello animale perché ormai in uso da tempo (sigh!!) o perché per “coincidenza” uno dei parametri studiati è assimilabile o paragonabile alla specie realmente in studio, quella umana, ma non gli altri parametri correlati, così mi hanno insegnato nella università Italiana quando “con successo” ho studiato fisiologia sia umana che veterinaria” e sia durante il corso di laurea che durante il dottorato di ricerca o il perfezionamento o il post-doc e ancora dopo. Vorrei che chi può stimolare la crescita di ciò che la nostra Ministra fa ben notare, la rete il sostegno l’accoglienza le strutture e infrastrutture, possa farlo spingendo per ciò che oggi può anticipare il futuro della ricerca scientifica in Italia (anche il futuro normato), ovvero l’investimento verso quelle forme di ricerca in cui non siamo obbligati ad attendere una serie di esperimenti su specie che nulla hanno da condividere con la specie umana dal punto di vista fisiologico fisiopatologico e più specificamente di fisiologia molecolare, ovvero i rapporti tra geni correlati alla fisiologia di un organismo per cui un effetto fenotipico potrà essere comune o simile ma in realtà partendo da una base genetica assolutamente diversa, ma che molto invece hanno da condividere insieme alla specie umana, la vita ed il benessere, quello vero. Ritengo, senza polemica né con Lei né con chi fa ricerca scientifica utilizzando gli animali, ma fermo nel mio pensiero, che parlare di benessere animale nella sperimentazione animale è un po’ come parlare di regolamentazione della tortura che in realtà aborriamo nella nostra specie, qualcosa tipo “facciamola ma rispettiamo il benessere dell’uomo torturato dandogli l’acqua e il cibo in un ambiente climatizzato” ...no non credo che neanche Lei sia d’accordo in questo, come me. Manca per esempio in Italia la possibilità, a fronte della donazione degli organi post mortem per motivi clinici e patologici, una norma che permetta di donare il proprio corpo o il/i proprio/i organo/i in favore della ricerca scientifica. Studiare il cervello di una persona deceduta in seguito a, o comunque in cui si presentano, segni clinici di una patologia neurologica (Parkinson, Alzheimer, SLA, SM …..) dà al ricercatore la vera possibilità di comprendere quali meccanismi siano stati coinvolti in quella persona, per salvarne altre! Abbiamo curato topi distrofici e cani portatori, ma quando poi si tratta di fare un “exon splicing” dobbiamo rivolgerci ai genitori di quei bambini distrofici che oggi non hanno scampo e su di loro testare se funziona o meno… E magari utilizzando norme per le “cure compassionevoli” per far presto, perché certe (tante) malattie non danno scampo e tanti malati non hanno tempo di aspettare di sapere cosa succeda ad un topo parkinsoniano, che poi parkinsoniano non era, né lo sarebbe mai stato!! Si parla di medicina personalizzata, ecco, ciò che è rallentato in questo paese è anche questo e tanto altro e di certo manca una visione larga e lunga e lontana in cui un vincolo (?), questo sembra ad alcuni la normativa sulla sperimentazione animale, non sia in realtà una opportunità. Le è mai capitato di uscire da una strada bloccata a causa di una deviazione e di ritrovarsi in luoghi e posti che mai prima aveva notato seguendo sempre la stessa? È probabile che Le sia capitato anche di allungare o di perdersi, ma questo fa parte del “gioco” nella ricerca scientifica: se sapessimo esattamente dove andare ci saremo già andati no? Non lo sappiamo né in un caso né nell’altro, ma l’altro (il nuovo) viene rallentato seppur nessuno ci abbia vincolati, anzi, tuttalpiù le nuove norme che consigliano le nuove tecnologie senza l’uso di animali sarebbero uno stimolo... già, sarebbero!
Questo il mio personale punto di vista e presumo di tanti ricercatori che per un motivo o un altro a volte non parlano, ma semplicemente vanno via o si fermano non avendo una “alternativa” vera, anche e soprattutto nel metodo. “L’abitudine” ha rallentato la divulgazione del pensiero di scienziati illuminati come Galileo Galilei Leonardo da Vinci Albert Einstein, ma non li ha fermati come non fermerà la ricerca scientifica etica.


Cordiali saluti e Buon lavoro